
Monumento scultoreo alla fisarmonica e al lavoro
Anno di fondazione: 2000
Il monumento alla fisarmonica e al lavoro, inaugurato il 13/10/2002, è una scultura di bronzo dalle enormi dimensioni (7 metri di altezza, 3 di larghezza e 2,5 di profondità) che rappresenta il dio Hermes nell’atto di offrire al sole una fisarmonica con il mantice aperto.
La base del monumento è una sorta di vela che richiama la forma della fisarmonica sovrastante. Nella parte frontale di questo pannello sono rappresentati i vari stili musicali (folk, jazz, classico) e i più grandi interpreti nella storia dello strumento.
Sullo sfondo decine di fisarmonicisti rappresentano la fisorchestra. Sul retro viene invece rappresentata la storia della fisarmonica e le fasi di lavorazione dello strumento con, sullo sfondo, il panorama di Castelfidardo. L’opera, dello scultore fidardense Franco Campanari, è stata collocata nel giardino pubblico di via Matteotti.


Maestosa, certo, imponente, impegnativa: duemila chili di bronzea compattezza per sette metri di aerea levità e un quinquennio di fatica e sudore.
Avveniristica soprattutto: qualcosa di assolutamente inedito, fantasioso, affascinante, la cui forma misteriosa potremmo all’infinito sbizzarrirci a decifrare.
Tratta di una magnifica scoperta – la fisarmonica appunto – che cambiò per sempre la storia di un paese. E il destino di una gente semplice e geniale. Qui ritratta con disarmante e quasi naif naturalezza, solo in apparente contrasto con la composizione, studiatissima, del racconto. Ma non è soltanto questo.
La scultura di Campanari sembra essere concepita come una vera e propria macchina del tempo che ci catapulta nel passato, tra i pionieri del popolare strumento.
Potremmo aprire una porta e trovarcelo davanti, “nonno” Paolo Soprani.
Potremmo chiedergli di narrarci ancora un’avventura straordinaria fatta di sogni e scatole magiche.
Potremmo.
Ma ci travolge un fantasmagorico profluvio di mantici, somiere, ance libere e bottoni: per le prime diatoniche che il mondo ci invidierà.
E poi botteghe, laboratori, artigiani indaffaratissimi, strani arnesi da lavoro la cui funzione stenteremmo a comprendere, noi figli di altre ere, non fossimo soccorsi dalla finezza descrittiva, limpidissima, dell’autore…
del suonatore cieco – gran parte di un comunque meritatissimo successo…
Chiudiamo gli occhi e veniamo proiettati nel mezzo del più incredibile concerto ci sia mai dato di assistere: c’è il nostalgico Piazzolla, finalmente ricongiunto all’amico Richard (Galliano). Ci sono il mitico Gorni Kramer e l’oscar Peppino Principe, il nostro Marcosignori e il lontano Kasakov. Son tutti – e c’è anche qualcun altro – li a suonare insieme, e non importa che ciò sia oggettivamente, cronologicamente impossibile, poiché è nullo qualsiasi riferimento spazio-temporale che non sia quello mentale, interiore, dell’artista.
Forse come non mai così in stato di grazia. Un’invenzione strabiliante, superba, originalissima. Uno splendido piano sequenza: dove non i fisarmonicisti, ma la fisarmonica stessa è protagonista.
E poi c’è Hermes, la stanza del mito, ma questa è un’altra storia.


Vola davvero – mentre porge a Zeus il simbolico dono – l’Hermes di Franco Campanari. Sollevato da guizzi nervosi che lo innalzano al cielo lasciandoci, quaggiù, presto orfani della sua presenza che pure avrebbe dovuto esserci compagna (Cfr. Odissea, X, 302). Invano tentiamo di capire. D’altronde i miti, e forse l’arte stessa, si nutrono di incolmabili dissonanze. Gli artisti, quelli veri, viaggiano su altre sfere, e solo fino a un certo punto ci è dato di seguirli.